Le microplastiche sono entrate nel dibattito pubblico come uno dei simboli dell’inquinamento da plastica, ma la loro presenza non riguarda soltanto oceani e spiagge. Negli ultimi anni i ricercatori le hanno individuate nell’aria, nel suolo, negli alimenti e nell’acqua destinata al consumo umano.
Le evidenze scientifiche confermano che queste particelle possono raggiungere la catena alimentare, mentre resta ancora aperta la domanda più importante: quali effetti hanno sulla salute nel lungo periodo? Proprio per colmare queste lacune, le principali istituzioni sanitarie internazionali stanno intensificando le attività di ricerca.
Che cosa sono le microplastiche
Le microplastiche sono frammenti di materiale plastico con dimensioni comprese tra un micrometro e cinque millimetri. Ancora più piccole sono le nanoplastiche, invisibili a occhio nudo e difficili da rilevare con le tecniche analitiche tradizionali.
Possono derivare dalla degradazione di oggetti più grandi, come bottiglie, imballaggi o reti da pesca, oppure essere prodotte direttamente per specifici impieghi industriali. Una volta disperse nell’ambiente, risultano estremamente persistenti e possono essere trasportate dall’acqua, dal vento e dai sedimenti.
Dall’ambiente al bicchiere
Il percorso che porta queste particelle fino all’acqua potabile inizia molto prima del rubinetto. L’inquinamento da plastica interessa fiumi, laghi e falde, dove gli oggetti plastici si frammentano progressivamente sotto l’azione della luce solare, degli agenti atmosferici e dell’abrasione meccanica.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), le microplastiche sono state rilevate sia nell’acqua di rubinetto sia nell’acqua confezionata in bottiglia. Anche gli alimenti possono rappresentare una via di esposizione: l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) segnala la presenza di microplastiche in prodotti come cozze, carne, miele, verdure, birra e sale da cucina.
Acqua del rubinetto o acqua in bottiglia?
Negli ultimi anni numerosi studi hanno confrontato le diverse fonti di acqua potabile. I risultati mostrano la presenza di microplastiche in entrambe, anche se le concentrazioni possono variare in funzione delle metodologie analitiche utilizzate, delle caratteristiche della rete idrica e dei materiali impiegati durante imbottigliamento e distribuzione.
L’OMS invita tuttavia a interpretare questi dati con cautela. La semplice presenza di particelle di plastica nell’acqua non equivale automaticamente a un rischio per la salute: il rischio dipende infatti sia dall’esposizione sia dalla capacità delle particelle di produrre effetti biologici, un aspetto ancora oggetto di studio.

Cosa sappiamo sugli effetti sulla salute
È proprio questo il tema che concentra oggi l’attenzione della comunità scientifica. L’EFSA sottolinea che alcune ricerche suggeriscono la possibilità che particelle molto piccole possano attraversare determinate barriere biologiche o trasportare altre sostanze contaminanti.
Allo stesso tempo, evidenzia come le conoscenze sui livelli di esposizione alimentare e sugli effetti per la salute umana restino ancora limitate. Per questo motivo il Parlamento europeo ha richiesto all’Autorità un nuovo parere scientifico, atteso entro il 2027, dedicato proprio ai possibili rischi associati alle microplastiche presenti in alimenti, acqua e aria.
L’incertezza scientifica non significa assenza di attenzione. Al contrario, rappresenta il motivo per cui le istituzioni europee stanno investendo in nuovi metodi di rilevazione e in studi capaci di descrivere con maggiore precisione esposizione, assorbimento ed eventuali effetti sull’organismo.
Il ruolo dei trattamenti dell’acqua
Gli impianti di potabilizzazione rappresentano una barriera importante contro numerosi contaminanti, comprese molte particelle solide. Secondo l’OMS, i processi convenzionali di trattamento dell’acqua, già progettati per eliminare torbidità e microrganismi, contribuiscono anche alla rimozione di una parte significativa delle microplastiche.
L’organizzazione raccomanda quindi ai gestori idrici di continuare a investire nell’efficienza degli impianti e nel controllo della qualità dell’acqua, considerandoli strumenti fondamentali anche per limitare la presenza di queste particelle.
Ridurre l’inquinamento da plastica alla fonte
Per gli esperti, la strategia più efficace consiste nell’intervenire prima che la plastica raggiunga l’ambiente.
Ridurre l’utilizzo di prodotti monouso, migliorare la raccolta differenziata, aumentare il riciclo e limitare la dispersione dei rifiuti rappresentano le azioni con il maggiore impatto nel lungo periodo. Ogni bottiglia, imballaggio o contenitore che evita di trasformarsi in rifiuto riduce anche la possibilità che, con il tempo, si frammenti in particelle sempre più piccole.
È proprio questa la logica che guida molte delle più recenti politiche europee dedicate agli imballaggi e alla riduzione della plastica monouso, orientate a diminuire la produzione di rifiuti e la dispersione nell’ambiente.

Le domande ancora aperte
Negli ultimi anni le tecnologie di laboratorio hanno migliorato la capacità di individuare particelle sempre più piccole. Di conseguenza aumentano anche le informazioni disponibili sulla loro diffusione nell’ambiente e negli alimenti.
La ricerca scientifica si concentra ora su alcuni interrogativi fondamentali: quante microplastiche ingeriamo realmente? Quale quota viene eliminata dall’organismo? Le particelle più piccole riescono ad accumularsi nei tessuti? Quale ruolo svolgono gli additivi chimici e le sostanze eventualmente trasportate dalle particelle?
Al momento nessuna di queste domande ha ancora ricevuto una risposta definitiva. Per questo OMS ed EFSA concordano su un punto: servono dati più solidi, metodi analitici armonizzati e studi di lungo periodo prima di poter definire con precisione il rischio sanitario associato alle microplastiche.
Nel frattempo, una certezza esiste già. Le microplastiche rappresentano una conseguenza diretta dell’inquinamento da plastica che caratterizza il nostro tempo. Ridurne la dispersione significa proteggere ecosistemi, risorse idriche e, potenzialmente, anche la qualità dell’acqua che arriva ogni giorno nelle nostre case.
